Mi chiamo Skinny J

16/09/2019

Entrò nell’ufficio un tipetto strano, un essere tutto ossa con un cappello e occhiali da aviatore. Si vedeva che era uno che amava viaggiare. O forse una?

Skinny J, lessi velocemente sul curriculum che tenevo tra le mani davanti a me. Poteva essere Jack, ma poteva essere anche Jane. Ed era magro sì, eccome se era magro! O magra. Chi era Skinny J?

Ne avevo già esaminate parecchie di proposte per la nostra prima collezione, ma quello lì era proprio strambo.

«Buongiorno» salutò lui (o lei) senza lasciarsi intimidire dal mio sguardo perplesso.

Mi ripresi, senza riuscire a staccare gli occhi di dosso dalle tre collane che gli pendevano tra le ossa del torace. «Prego, si accomodi».

J si sedette con uno scalpiccio di tacchi e mi accorsi solo in quel momento che calzava un paio di bellissimi tronchetti rossi.

«Sono lo scheletro di un pipistrello» si presentò battendo leggermente tra loro le ali ossute.

Rimasi impressionata. «Questa ancora mi mancava».

«Davvero? Chi si è presentato prima di me?»

«Mah, un po’ di tutto… Una Barbie, un peterbald, una polygonia interrogationis, un bouledogue francese».

«Non ho mai visto una polygonia interrogationis» mi interruppe. «Deve essere meravigliosa. Difficile batterla».

Lo ignorai e passai alla domanda di rito. «Come pensa di poter contribuire alla crescita del brand?»

J aveva la risposta pronta. «Mettetemi dappertutto. Sulle t-shirt, sulle gonne, sui cappotti».

«Non le sembra di esagerare?»

«Non passo certo inosservato».

«Lei è troppo magro».

«Mi piace dire che sono essenziale. Nulla di più di quello che occorre».

Lo squadrai, scettica. Non mi trattenni oltre.

«Perché si è portato dietro una chitarra?»

«Ha notato la chitarra?»

Osservai che la chitarra elettrica che J portava a tracolla era rossa come le scarpe.

«Ho notato tutto. Ma, sa… Le collane, le scarpe, posso capire».

«Cosa può capire?»

«Non faccia lo spiritoso, Skinny J. Qui facciamo moda, non concerti».

«La moda, la moda… E che tipo di moda fate qui?».

Inspirai a fondo. Mi avevano istruita a dovere.

«Vogliamo fondere l’eleganza dello stile Bon Ton con le linee semplici e pulite tipiche dell’abbigliamento maschile».

«Vede, è una noia. Ci vuole un po’ di rock».

«Uno stile più rock dice?»

«Ma sì, anche. Uniamo tutto. Una donna deve andare a lavorare, deve andare ai cocktail party, ai concerti, deve soprattutto divertirsi. Un po’ Alicia Florrick, ma anche Gwen Stefani. Deve essere se stessa, ma con classe».

Aveva ottenuto la mia attenzione. Presi un appunto.

«Ci vuole anche del surrealismo» andò avanti J.

«Come?»

«Non mi trova un pelo surrealista?»

«Lei è surreale, non surrealista».

J non parve per niente offeso. «Ognuno ha qualcosa di surreale, se ci pensa bene. L’abito deve farlo uscire. Si deve notare».

Lentamente annuii. Poi presi un altro appunto.

«Le collane le piacciono?» chiese ancora J.

«Le collane?»

«Le mie collane. Prima le ha nominate».

«Mi piacciono molto le scarpe».

«Ma non le collane».

«Non ho detto questo».

«Ha visto i pendenti di questa collana? Sono due m».

«Si è ben preparato».

«È bello notare i dettagli, non crede? Sono piccoli, ma fondamentali».

«Lei è un dettaglio vivente».

«Allora sono quello giusto».

Tergiversai, ma mi stava convincendo. «E di quelli che mi dice?» Indicai gli occhiali e il cappello da aviatore.

Il muso (o il teschio) di Skinny J si distese in un piccolo sorriso. Era simpatico, essenziale, creativo. Aggressivo al punto giusto.

«Questi? Se mi sceglierete, andremo lontano».

L’avevamo trovato.

  • Condividi :